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A presto
Daniela, Dionisia e Francesca
Com’è noto, Einstein, su consiglio dell’amico
Grossmann, si rivolse ai matematici padovani per risolvere alcuni problemi
della relatività generale di cui non riusciva a venire a capo. Il calcolo
differenziale assoluto con coordinate, elaborato da Tullio Levi-Civita e dal
suo maestro Ricci Curbastro, riformulato in seguito dai due matematici in
termini geometrici, con l’introduzione della derivazione covariante è infatti una
componente formale fondamentale della teoria della relatività generale. Levi-Civita,
dopo qualche perplessità, accolse la teoria della relatività, fornendo
ulteriori contributi di fondamentale rilevanza. Il libro di cui parlo qui è la
trascrizione, dovuta ad Enrico Persico, delle lezioni di Levi-Civita sulla
relatività generale nel 1926 e pubblicata due anni dopo. Le esposizioni più o
meno divulgative della relatività e le diverse prese di posizione scientifiche
e filosofiche sulla negli anni ’20 del secolo scorso non si contano, ma questa
di Levi-Civita, è particolare. Levi-Civita, infatti, lascia volutamente da
parte l’elettromagnetismo e segue un’altra via, più “intuitiva”. Egli infatti
prende le mosse dalla tradizione newtoniana, convinto che questo approccio
consenta una più chiara visione del passaggio dallo schema classico a quello
relativistico. In questo modo Civita rinuncia a ricorrere al calcolo tensoriale
astratto che l’ha reso famoso in tutto il mondo ed utilizza invece formulazioni
classiche, dovute a Hamilton, Jacobi ed altri. Il risultato è un’esposizione
nitida, anche se tecnicamente complessa, che non concede nulla al lettore, ma
che è un esempio altissimo di razionalità cristallina e di lucidità espositiva.
Oggi, cent’anni fa, venivano
assassinati, per mano di Gavrilo Princip, il Principe Rodolfo d’Austria, erede
al trono, e sua moglie. Sarà la scintilla che scatenerà l’inferno della Grande
Guerra. Il mondo che si risveglierà da questa spaventosa ecatombe sarà
completamente cambiato. Diversi gli assetti geopolitici, diverso il peso
economico dei paesi coinvolti. Un modo per riflettere su questo evento
terrificante, evitando ogni retorica, potrebbe essere quello di leggere o
rileggere i romanzi che parlano di questa guerra. Alcuni sono notissimi, come
ad es. Addio alle armi di Hemingway,
o Un anno sull’Altopiano di Lussu, o Niente di nuovo sul fronte occidentale
di Remarque, o Gli ultimi giorni
dell’umanità di Kraus). Ma si sono altre opere, meno note, che meritano però
di essere lette (ad esempio lo splendido racconto di De Roberto, La paura, o Tra melma e fango di Rebora, oppure L’ora dei morenti di Johst). Tra queste lo splendido romanzo dello
scrittore neogreco Stratis Myrvilis. L’A. sceglie di non soffermarsi sugli
aspetti bellici del conflitto, come solitamente fanno i romanzi di guerra, ma
di descrivere l’abbrutimento, la degradazione, la disumanizzazione cui porta la
logica di guerra: marce estenuanti e spesso inutili, la vita in trincea, la
presenza nauseante della morte, la perdita di dignità dell’uomo, il ricordo
struggente della vita di prima, la nostalgia della famiglia. Il protagonista ed
insieme a lui il lettore non capisce perché di tutta questa assurdità. Anche la
sua morte sarà assurda. Con un riuscitissimo espediente letterario l’A. ci dice
fin dalle prime pagine come morirà il Sergente Costula. In questo modo costringe
subito il lettore a chiedersi: perché?
Erwin Schrödinger fu uno dei più grandi
fisici teorici del XX secolo, uno dei protagonisti della meccanica quantistica.
A lui, tra l’altro, si deve l’equazione, che ora porta il suo nome, che
definisce la funzione d’onda solitamente indicata con la lettera greca Y, che determina probabilisticamente i risultati delle
grandezze fisiche osservabili degli “oggetti” subatomici. Ma Schrödinger fu
uomo di vastissimi interessi culturali, contrario ad ogni “steccato”, inteso a
separare le diverse culture (egli stesso tradusse Omero in tedesco e Goethe in
inglese). Questo libro è un appunto bellissimo esempio di dialogo tra le “due
culture”, per citare il titolo di un famoso pamphlet di Snow. Non vi è chiaro?
Ecco cosa scrive Schrödinger, (difficilmente si potrebbe essere più efficaci e
chiari di così): «la nostra cultura
costituisce un tutto. Anche chi ha la fortuna di avere come occupazione
principale la ricerca scientifica – prescindendo dal fatto che coloro che si
trovano in queste condizioni non sono i soli che la fanno progredire – costui
non è solamente botanico o fisico o chimico. La mattina dalla cattedra parla
bensì unicamente o quasi della sua disciplina, ma la sera partecipa a una
riunione politica, sente parlare e parla di tutt’altro, oppure si trova in un
circolo di persone che condividono le sue idee sulla vita e parla nuovamente
d’altre cose. Si leggono romanzi e poesie, si va a teatro, si fa musica, si
viaggia, si contemplano quadri, sculture, capolavori di architettura, e
soprattutto si legge e si parla molto di queste e di altre cose». Evviva
Schrödinger!
Ormai nessuno (o quasi) crede più
all’immagine del Medioevo (si parla della bellezza di circa mille anni di
storia),come un’epoca di ignoranza e di oscurantismo. Come sarebbero spiegabili
altrimenti fenomeni letterari quali i poemi cavallereschi francesi e tedeschi,
i Fabliaux, oppure Dante e Petrarca? Anche in campo scientifico il Medioevo fu
tutt’altro che un’epoca di stagnazione e di ottusa e passiva ripetizione delle
teorie di Aristotele e di Galeno. Pur con tutti i limiti di una scienza
tendenzialmente, ma non esclusivamente, qualitativa, si cercò di dare conto, con
incredibile vivacità intellettuale e autonomia di giudizio, di fenomeni estremamente
complessi. Provare per credere. Si legga questa splendida, classica
ricostruzione delle teorie scientifiche dovuta ad uno dei più grandi storici
della scienza del XX secolo, il britannico A. C. Crombie. Con uno stile brillante
ed accattivante, ma mai banale, Crombie ricostruisce, con straordinaria
competenza, il dibattito scientifico nei cosiddetti secoli bui, fino alla
rivoluzione galileiana. In questa meravigliosa opera si parla di fisica (si
pensi alla teoria dell’impetus), di
matematica, di astronomia, ma anche di meteorologia, di ottica, di geologia, di
chimica, di medicina. Il quadro che ne esce è sorprendente. Nessuno, credo, può
negare l’importanza della cosiddetta rivoluzione scientifica del XVI secolo,
che vide Galilei Galilei tra i protagonisti assoluti, in campo fisico, ma è
veramente comprensibile questa rivoluzione e il profondo mutamento
paradigmatico che essa impose, senza che il terreno fosse preparato dagli
scienziati medievali?